

A tua disposizione: art@pulvisurns.com | (562) 609-4019
7% off your order
Use this code at checkout:
Roland Barthes (1915-1980) è ancora una delle figure centrali della filosofia contemporanea e della teoria critica, poiché i suoi contributi alla semiotica, alla linguistica e alla teoria letteraria sono essenziali per chiunque lavori in questi ambiti del sapere.
Tuttavia, sono i percorsi filosofici più intimi di Barthes che desideriamo presentare. È nella sua sentimentalità, nel suo modo profondamente affettuoso di illustrare gli spettri dell’emotività umana attraverso la musica e la letteratura, che il pensatore francese rivela il suo pensiero come una ricerca meravigliosamente singolare della sfumatura, delle minime differenze che svelano le infinite configurazioni dell’esistenza umana.

Per questo, il saggio che segue riguarda il celebre “Diario del lutto” di Barthes, un libro di confessioni profondamente private che tenne dopo la morte della madre. Un diario del dolore che esplora ogni frattura che una perdita può provocare. Il “Diario del lutto” è il testamento di Barthes alla perseveranza dell’amore e al coraggio di rivelare non solo il coraggio di chi soffre, ma anche la sua disperazione.
Prendendo questi appunti, mi affido alla banalità che è in me. La banalità del nostro lutto. Un pensiero quasi insopportabile dopo aver perso le persone a noi più care. Un pensiero che penetra ciò che non si osa nominare nell’incontro con la morte di una persona amata. Confrontarsi con la sensazione che nella perdita non vi siano dignità, grandezza né poesia. Solo la forza di un’assenza brutale, prolungata dalla leggerezza delle ripetizioni della vita dopo un evento tanto devastante.

Perché chi soffre, secondo Barthes, vive in un mondo che cancella la possibilità di trasformare la morte in arte, in significato. È all’interno di questa esperienza della brutalità del dolore che sboccia la tentazione di diventare crudeli, narcisisti e meschini. Un’esca per punire l’evento banale della morte e le lacrime che produce. Lacrime inaccessibili alla scrittura, alla pittura, al canto, cioè a una verità superiore.
È qui che il pensiero filosofico di Barthes si rivela non come parte della pedagogia perenne che ci insegna a morire, ma come un lavoro dedicato alla dura realtà del lutto. Una dedizione che espone la propria autentica vulnerabilità. Vale a dire, una fragile apertura non incentrata su un singolo ego vivente timoroso della propria fine, ma su un ego esposto alla pura assenza di una persona amata. È in questa esposizione che si articola il rifiuto di ogni compensazione derivante dalle costituzioni dettate dal senso comune dell’essere. Chi soffre non ha bisogno di condividere, di uscire, di concentrarsi sul proprio lavoro per attraversare il dolore e la sofferenza.
Perché il coraggio di chi si dedica al dolore non si manifesta come un superamento, ma come la custodia della banale oscenità della perdita. Quanto al significato di una simile folle custodia, non lo si trova in un presupposto altrettanto banale, secondo cui il dolore guarirebbe preservandolo.
Ciò che il pensiero di Barthes tenta di cogliere è un’esistenza nella persistenza di una ferita. Una ferita incurabile divenuta la propria essenza più profonda. Ed è proprio questa incurabilità della perdita a definire non solo il lutto, ma anche a porci di fronte alla realtà di qualcosa di sottratto al tempo e allo spazio. Perché esistere nel dolore significa dimorare nella stasi dell’infinito. Sopportare la presenza assoluta dell’eternità, manifestata come l’assenza dell’altro amato che ostacola ogni tentativo di integrare chi soffre nel flusso dell’essere.
O, per dirlo con le parole dello stesso Barthes:
[Mourning]
Non continuo, ma immobile.
È qui che, infine, può essere posta una domanda ovvia. Come può tutto questo essere tollerabile? Come si può non diventare crudeli, egoisti, meschini, o peggio? La risposta di Barthes è ancora una volta straziante. Non è tollerabile, e ci si trasforma in tutto ciò che non si riesce a sopportare.
Ma mentre il vuoto immobile del lutto persiste, si approfondisce e ritorna con tutta la sua viziosa banalità, si apre un momento di silenzio.
Calmo fine settimana del 15 agosto; mentre la radio trasmette Il principe di legno di Bartók, leggo questo (durante la visita al tempio di Kashino, il lungo resoconto del viaggio di Bashō): “Rimanemmo seduti per un lungo intervallo in estremo silenzio.”
Immediatamente provo una sorta di satori, mite, felice, come se il mio dolore venisse placato, sublimato, riconciliato, approfondendosi senza attenuarsi - come se “mi stessi ritrovando”.
Satori significa un’illuminazione improvvisa, che rappresenta l’obiettivo spirituale del buddhismo Zen.
Per il lutto di Barthes questo significa un momento di neutralità, un silenzio in cui nulla è cambiato, nulla è davvero riconciliato né superato. L’unica cosa che ha fatto capolino in questo istante silenzioso è una presenza di me stesso come persona in lutto, come qualcuno che esiste davvero all’interno della propria ferita ininterrotta. È da questo barlume che inizia la ripresa. Non il ritorno a una vita precedente, né la speranza dell’arrivo di un’esistenza guarita, ma l’accettazione della presenza assoluta di me stesso nel lutto. Un riconoscimento che è, in sostanza, il profondo atto di generosità verso la memoria di una persona amata e perduta. Perché coloro che riposano in pace non vogliono essere ricordati come fantasmi inquietanti dei vivi. Il loro imperativo è la certezza del Definitivo. Vale a dire, l’accettazione di ciò che è accaduto e non può ripetersi…
Barthes iniziò a scrivere il suo “Diario del lutto” il giorno dopo aver perso la madre, il 25 ottobreth 1977. Lo tenne per quasi due anni. L’ultima annotazione datata è del 15 settembre 1979. Dice:
Ci sono mattine così tristi…
Un’affermazione davvero banale, una conclusione arbitraria a una vita che sopporta l’eternità della perdita. Un fragile monumento a ciò che non può ripetersi…
Maman.
Autore: Yakim Petrov

____________________________________________________________
1. Tutte le frasi in corsivo sono citazioni tratte da:
Barthes, R. (2009). Mourning Diary. Traduzione di Richard Howard. New York: Hill and Wang
2. Il principe di legno è un balletto pantomimico in un atto composto da uno dei più famosi compositori ungheresi, Bèla Bartók, tra il 1914 e il 1916.
3. Matsuo Bashō (1644-1694) fu il poeta più famoso del periodo Edo in Giappone.
4. Questa è la definizione di satori fornita da Merriam-Webster.
------------------
Il nostro Programma di affiliazione è ora disponibile. su https://www.pulvisurns.com/pages/affiliate-program-by-pulvis-art-urns
Which urn size do I need?
A simple rule: about 1 cubic inch of urn per pound of body weight.
Every product page lists the urn's capacity. Keepsake urns hold a small portion of ashes to share.
Need it by a specific date?
Free shipping · Delivery in 3–5 business days
Express delivery in up to 3 business days – choose it at checkout
Need help choosing?
Talk to our team – we're happy to help you find the right urn.
(562) 609-4019 art@pulvisurns.comSend us a messageCosa dice la Bibbia sulla cremazione?
Scopri cosa dice la Bibbia sulla cremazione, le convinzioni cristiane sulla resurrezione e i modi significativi per onorare il ricordo di una persona cara attraverso un memoriale riflessivo.
Perché le persone accendono candele per i defunti?
Scopri il significato dell’accendere candele per i defunti, esplorando le tradizioni, le credenze e le emozioni che rendono questo semplice rituale un’espressione duratura di ricordo, conforto e legame in casa.
L'animale domestico come testimone di una vita umana
I nostri animali domestici sono testimoni di una parte molto più ampia della nostra vita di quanto ci rendiamo conto. Scopri cosa significa per un animale diventare un silenzioso testimone dei cambiamenti nelle nostre case, relazioni, abitudini e identità - e come un’urna commemorativa possa rimanere un legame fisico con la vita di cui è stato testimone.
Puoi ereditare la memoria di un animale domestico?
Possiamo ricordare un animale domestico che non abbiamo mai conosciuto? Scopri come storie, fotografie, oggetti e memoriali possono tramandare il ricordo di un animale attraverso le generazioni, trasformando una vita privata in parte della storia condivisa di una famiglia.
Cosa ci insegna un animale domestico sull'impermanenza
Vivere accanto a un animale domestico ci insegna che le parti più significative della vita sono spesso temporanee. Scopri come gli animali plasmano la nostra comprensione del tempo, dell'impermanenza e di una silenziosa, duratura espressione di ciò che rimane.
Condividi:
L'idea della morte
«I nostri corpi sono solo foglie appassite sull’albero della vita» - Albert Einstein